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venerdì, 31 marzo 2006
Ratzinger e la Chiesa "competitiva"

Il Papa ieri ha parlato e la Sinistra italiana ha sudato freddo.
Il Papa parla di “non negoziabilità” di valori (la vita, la famiglia, l’educazione dei figli), parla di diritto-dovere della Chiesa a intervenire direttamente nel dibattito politico e la Sinistra si contorce in dichiarazioni banali, formali, cerchiobottiste, insincere. E’ insomma evidente che fa buon viso a cattivo gioco.
Fassino cerca di svicolare dalla tenaglia determinata dalla chiarezza e dalla lucidità ratzingheriana con scialbe dichiarazioni di circostanza e forse rinvia al dopo elezioni la risposta al quesito: dentro o fuori il campo dei principi etico-politici definito da questa Chiesa? Come si porrà la Sinistra (o l’Ulivo prossimo venturo) rispetto a questo campo di valori non solo etico ma per l’appunto politico?
Solo i radicali affrontano di petto la questione e si dichiarano oppositori intransigenti, per un laicismo secco. Tanto di cappello alla chiarezza e all’onestà, così tutti noi siamo consapevoli della posta in gioco.

E’ la questione cattolica che s’avanza, inesorabile e in una dimensione del tutto nuova dal passato, come abbiamo più volte detto. Ieri gli interventi della Chiesa erano per così dire preparati all’interno di una zona cuscinetto tra la gerarchia e la società politica, zona formata da personaggi “pontieri” e soprattutto da un vario associazionismo che costituiva il luogo riconosciuto d’incontro per costruire il punto di mediazione tra Chiesa e politica.
Oggi quest’area, la zona cuscinetto, è saltata per una precisa volontà di Ratzinger. La Chiesa d’ora in avanti gestirà in prima persona il messaggio pubblico, non perché più autoritaria ma perché vuole essere autorevole. La mediazione politica diventa insufficiente a contenere la qualità nuova della sua missione nelle nuove condizioni del mondo. Il passaggio d’epoca è molto chiaro nella testa di Ratzinger, si è passati dalla fase della "coesistenza pacifica" a quella della risposta a una sfida, portata concentricamente dal laicismo, dal relativismo della modernità occidentale e dall’integralismo. Sfida da non giocare in difesa, questa è la novità.
Se la Chiesa si prepara a rispondere a una sfida, la Sinistra deve preparasi a rispondere a una nuova condizione di movimento: il superamento della Chiesa “solo-dialogante” e l’avanzare di una Chiesa “competitiva”, in grado di rielaborare i valori laici dell’Occidente e di riproporre un nuovo livello di laicità basato sulla tradizione cristiana (o giudaico-cristiana) dell’Occidente. La Chiesa si riappropria della civilizzazione occidentale per farne messaggio mondiale, risposta alla mondializzazione.
Sinistra, se ci sei batti un colpo.

Postato da: MNL a 09:22 | link | commenti (10)
radicali, fassino, cattolici, ratzinger, occidente

giovedì, 30 marzo 2006
Bambini bolliti

Abbiamo sentito (e imparato) anche questo nella indimenticabile e ancora in corso campagna elettorale italiana, di bambini (sani) bolliti e di bambini (malformati) dolcemente soppressi. Dalla Cina alla civilissima Europa. Certamente, dietro la notizia secca ci sono le “ragioni”, c’è la nota esplicativa: la tremenda carestia nella Cina di molti anni fa e il razionalismo compassionevole (è un ossimoro?) occidentale che porta la civilissima Olanda ad autorizzare per legge l’eutanasia prenatale (leggere il protocollo di Groningen).
Ma, è da moralisti, è da teo-con, è da papisti pensare che dietro questi fatti (chiamiamoli fatti!) c’è una perdita, c’è un vuoto, c’è una cosa che non c’è: la cristianità, come amore dell’uomo per l’altro, la cristianità come componente della ragione, la cristianità come orizzonte della prassi dell’uomo privato e pubblico?
Posso dirlo? La cristianità come civiltà.
Da laico me lo chiedo, anche a proposito di laicità e di laicismo.

Postato da: MNL a 08:07 | link | commenti (4)

Uno scheletro per due armadi

C’è una sospetta reticenza a parlare di tasse in questa campagna elettorale. A dire meglio, tutti ne parlano scaricando sugli altri la volontà di aumentarle una volta al governo, ma nello stesso tempo allontanando da sé il sospetto di nuovi balzelli. Solo Bertinotti ha avuto l’onesta intellettuale (e la libertà politica) di dire quello che è nelle cose e che una classe dirigente seria affermerebbe in tutta tranquillità, cioè che la politica fiscale è lo strumento più importante di distribuzione del reddito tra le categorie sociali e nello stesso tempo è la prova tangibile che quanto si promette in campagna elettorale avrà poi le risorse sufficienti alla loro realizzazione.

E’ evidente che Prodi e Berlusconi, sulle politiche fiscali, hanno scheletri negli armadi e al posto della chiarezza gettano la polvere sotto il tappeto, tanto poi si vedrà.
La ripresa dell’economia italiana, non più rinviabile se si vuole agganciare la crescita ormai consolidata negli altri paesi europei, avrà costi e imporrà sacrifici rilevanti.
Governare la ripresa economica dal lato della domanda, come vuole Berlusconi con la riduzione delle tasse, ha indubbiamente una sua astratta coerenza ma fa i conti con l’onerosità del nostro Stato sociale.
Quindi Berlusconi non dice che dietro la riduzione fiscale da lui declamata c’è un ridimensionamento dello Stato sociale. I governi inglesi, da un ventennio a questa parte, l’hanno già fatto e continuano a farlo, dalla Lady di ferro a Blair. In Francia in questi giorni di ribellione è in gioco proprio un fondamento dello Stato sociale, il lavoro fisso. In Germania un’altra signora di ferro, la Merkel, sta iniziando a metter mano alle inefficienze dello Stato assistenziale. Perché Berlusconi non lo dice? Glielo vieta il suo populismo?

Sull’altro fronte, la riduzione del cuneo fiscale di Prodi a vantaggio del sistema produttivo, necessita di un riequilibrio della tassazione delle rendite che, per un paese a rendite diffusissime come il nostro (dalle case di proprietà ai bot) equivale a un aumento della pressione fiscale.

Morale della storia: sia che si voglia agire dal lato della domanda e dei consumi (Berlusconi), sia dal lato dell’offerta e delle imprese (Prodi), il Paese è chiamato a dare un contributo in termini di riduzione della “socialità” nel primo caso, oppure in termini di sensibile aumento della fiscalità, nel secondo.

Cosa serve di più al Paese, la riduzione del Welfare e meno tasse oppure più tasse per sostenere Stato sociale e sviluppo economico?

Questo è il dilemma e questo è lo scheletro nell’armadio.

Postato da: MNL a 07:29 | link | commenti (1)

mercoledì, 29 marzo 2006
Il Caimano

Cinema Nuovo Sacher di Roma. Un’aquila imperiale fascista dallo sguardo distratto e in fondo rassicurante osserva la lunga fila di gente in attesa di entrare in sala e godersi il Caimano. La gente è tranquilla, anche per il caldo pomeriggio, ordinata. E’ borghese. Il cinema recupera la bella struttura dell’ex dopolavoro dei Monopoli di stato. Accanto al Nuovo Sacher c’è un’altra struttura fascista, della Gioventù italiana del Littorio che ospita piscina, palestre, un vivace centro anziani e un altro cinema (la sala Troisi). Insomma due esempi pregevoli di politica sociale e architettura del fascismo e di riuscita convivenza tra vecchio e nuovo. Da aggiungere che siamo dentro un bel pezzo di Roma, tra viale Trastevere e Porta Portese, a pochi passi scorre il Tevere, anche lui rassicurante. Italietta o miracolo italiano? Non so.

Il film di Moretti si dipana lungo il noto percorso carsico privato-pubblico-privato. Alla fine una decina di applausi, timidi e d’ordinanza. La gente esce, alcuni confortati dal cinema militante che sopravvive nonostante tutto, molti perplessi e impauriti per il finale che annuncia il golpe e la guerra civile. “Sì però Berlusconi non c’entra col film”, si rassicura a voce alta un’anziana signora tristemente sola ma molto bella. Le sorrido sincero. In cuor mio mando a fanculo Moretti, il Sessantotto e i cattivi maestri che sarebbe ora che andassero in pensione.

Postato da: MNL a 08:00 | link | commenti (2)