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Mediazione. Parola magica. Sinonimo di intelligenza mista a saggezza. Un tempo prerogativa dei soli vecchi, mentre ai più giovani restava l’intemperanza.
Oggi l’erba non più rara della mediazione è usata spesso in politica e produce i suoi effetti, anzi la politica si arroga il diritto di coltivarla in esclusiva.
Ma, ad andare in profondità, la mediazione applicata alla politica non ha sempre prodotto buoni frutti, soprattutto quando v’è necessità di buona politica e di buoni frutti.
La mediazione va bene per dirimere conflitti economici, diatribe tra privati, questioni di interesse, chessò un contratto di lavoro, un aumento salariale. Ma quando sono in gioco i principi, la mediazione gioca orribili scherzi.
Si veda la mediazione, raggiunta in sede comunitaria, sulla ricerca scientifica col sacrificio (con l’uso, pardon) di embrioni umani. In questo caso la mediazione del comunista Mussi ha prodotto un vero obbrobrio. Il nostro, educato alla scuola di Togliatti e Berlinguer è di quelli che credono alla magia della “mediazione” come capacità dirimente di ogni contraddizione, machiavellica possibilità di piegare ogni principio al proprio. Questa facoltà è consentita solo a coloro (come Mussi) che condividono un’idea forte della politica (il “primato della politica”), politica che diventa l’orizzonte esclusivo nel quale i professionisti di quest’arte, possono amministrare le molteplici forme della realtà e dei suoi conflitti. Se poi al primato della politica si aggiunge un primato ideologico (la centralità della classe, o del Partito), non c’è partita per alcuno.
Ma le cose non stanno propriamente così. Uno che di politica se ne deve intendere, dal momento che amministra la più grande democrazia del mondo, ha mandato in tilt la macchinetta della mediazione, guarda caso sullo stesso tema. Questo uno è il presidente Bush.
Sono tra quelli che approvano le correzioni alle dure sentenze calcistiche. La grancassa mediatica sulle scelleratezze manipolatorie-egemoniche, tipo quelle contestate a Moggi, e la vittoria mondiale del calcio italiano, hanno riportato il problema a dimensioni ragionevoli, restituito equilibrio là dove ce n’era bisogno e restituito soprattutto il pallone a chi sa apprezzare e giudicare, i tifosi. Checchè ne dicano i mozzorecchie, che, se non ricordiamo male, preferiscono i cavalli.
Le squadre ree di aver cincischiato sono state giustamente penalizzate. Dovranno sudare sette camicie per risalire la classifica. Ma
Solo per il fatto che una questione come la ricerca sulle cellule staminali ed embrionali sia discussa nella Commissione “competitività”, cioè derubricata a fatto economico-produttivistico, descrive il quadro di assurda “immoralità” (forse la parola giusta è “indecenza”), incompetenza e indifferenza nel quale l’Europa dibatte e decide di politica agricola come di problematiche legate ai principi “vitali” della convivenza.
Non vogliamo entrare nel merito. Ognuno la pensi come crede. Del tema sono pieni i giornali che impegnano i migliori intellettuali. Non siamo e non vogliamo essere mosche cocchiere, men che meno su un tema come questo.
Qui si rileva che il massimo organismo sovranazionale,
Rileva anche che un paese, l’Italia, che ha vissuto, con il referendum sulla legge 40, una importante stagione di discussione pubblica e che ha con tanta chiarezza espresso un’opinione nazionale, collettiva e civile, confermando non solo un dispositivo di legge ma una linea di “moralità condivisa” sull’argomento, aderisca con l’artificio di un compromesso politico (una furbizia dialettica e nominalistica) a un processo di burocratizzazione a spese di un tema così sensibile.
Mai come in questo caso misuriamo la distanza tra l’Europa dei popoli e quella delle buro-tecnocrazie e mai come in questo caso avvertiamo la necessità di accorciare tale distanza.
Diciamo una banalità se ricordiamo che in Italia la storia del riformismo socialista è stata ed è cosa diversa dal riformismo cattolico. Una banalità che serve a ricordarci e soprattutto a giustificare le difficoltà che stanno incontrando i sinceri riformatori impegnati nel cantiere del Partito democratico.
I due riformismi hanno molti lati in comune, uno di questi è l’anticomunismo democratico (per non confonderlo con quello della Destra). Altro punto di contatto: una netta cesura da quella storia, anche dalla storia del comunismo italiano, per tanti versi distante dalle esperienze del comunismo realizzato. Altro lato che accomuna i due riformismi è di aver costruito il nocciolo duro del programma e della stessa idea del riformismo attraverso il rimescolio di esperienze maturate sul territorio e, in modo particolare (e originale), nelle realtà municipali, nelle comunità locali. In questo, differenziandosi nettamente dalla tradizione comunista che, invece, ha fatto del “centralismo” un elemento di forte caratterizzazione.
I due riformismi hanno fatto la storia di questo Paese, la storia del Centro sinistra è stata la storia dell’Italia del dopoguerra, dopo la parentesi del primo periodo. E’ stata storia di competizione (due nomi per tutti, De Mita e Craxi) ma questa alleanza è riuscita a respingere, mantenendo inalterate le regole della democrazia, il più complesso e potente tentativo di ingresso nelle istituzioni di un partito che, al tempo, si richiamava alla tradizione del comunismo sovietico.
Se, quindi, i due riformismi si sono confrontati, hanno collaborato e si sono “ibridati” per un intero quarantennio, perché persistono tante resistenze a dar vita al Partito democratico? Gli ostacoli evidentemente non sono solo di natura soggettiva, organizzativa, di gelosia per il marchio d’origine.
Purtroppo c’è dell’altro, più sostanziale. La sostanza è che in Italia, oggi, c’è un riformismo socialista senza un Partito socialista. In Italia il riformismo socialista è stato “incorporato” dall’ex Partito comunista, attraverso non un processo politico evolutivo e di omogeneizzazione delle diverse esperienze, ma attraverso un’operazione di espulsione dallo scenario politico di pezzi di storia del Partito socialista e di cooptazione di alcuni elementi. In sostanza il riformismo che connota il maggiore partito della Sinistra, i DS, si è costruito con il transito della tradizione del vecchio PCI nel nuovo campo, facendo attenzione a non perdere pezzi di quella, anche a costo di pagare questa scelta “conservativa” con forti contraddizioni nella strategia politica (la politica estera ne è esempio).
C’è un vulnus (o se vogliamo una contraddizione) nel mercato politico odierno dei riformismi che, volenti o nolenti, pesa e peserà nella vicenda della costruzione del Partito democratico.
Chi, all’interno dei due schieramenti, DS e Margherita, prenderà coscienza di questa dato della storia politica nazionale e se ne farà carico, non a titolo risarcitorio o retrospettivo, ma in termini di recupero strategico e non tattico di quel patrimonio e di rappresentarlo senza furbizie, non solo accelererà il processo unitario ma ne occuperà il posto di guida.