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giovedì, 31 agosto 2006
Aspettando Rutelli

Prodi ha governato i primi cento giorni esercitando l’arte del compromesso con Rifondazione piuttosto che allargare lo schieramento riformista per mezzo del Partito democratico (“Se lo volete, io sono qua”, sembra dire).

In effetti le iniziative attorno alla “cosa” democratica sono degradate a dibattito politologico su ipotesi astratte, appunto politologiche, collocate nel mondo del futuribile. C’è da chiedersi qual è il mestiere di Fassino adesso, dal momento che è venuto meno il campo di lavoro per il quale s’era candidato. Problemi suoi.

D’Alema gioca a imitare Camillo Benso conte di Cavour, alla ricerca affannosa di un posto tra i grandi. Lo ha fatto con molta forza e destrezza, da par suo, mettendo fuori gioco financo un pezzo da novanta come Chirac, anche se i grandi per davvero (Blair e la Merkel, per esempio) pare non essersi emozionati più di tanto.

La smania interventista di D’Alema si gioca non su forze simboliche (come fu per il celebre piemontese) ma su un contingente militare di tutto rispetto, tremila uomini, mandati ad amministrare una situazione esplosiva e senza una prospettiva chiara, se non quella di pacificare una situazione che può essere pacificata solo con la sconfitta definitiva di una strategia che punta dichiaratamente alla distruzione di Israele e a indebolire l’intero Occidente.

D’Alema, per limiti di cultura politica o per tatticismo, pare non considerare per nulla un tale scenario e inquadra la situazione mediorientale nelle categorie non nuove del multilateralismo e del pacifismo, arrivando perfino a sostenere la natura pacifica del nucleare iraniano e la legittimità a continuare la costruzione di centrali. In questa maniera pensa di sedersi al tavolo dei paesi incaricati di discuterne con l’Iran, facendo finta di non capire che l’Iran punta ad allungare all’infinito il tempo della resa dei conti e sarebbe ben lieta, con la new entry, di fermare l’orologio.

Dunque la situazione è questa: Prodi intento a rafforzare l’asse con Bertinotti, a conquistare banche e Rai e a far finta decidere la politica estera. D’Alema occupato a costruire l’alternativa all’unilateralismo di Bush e a conquistare i cuori di tutta la sinistra italiana (fors’anche di quella europea e mondiale) riscrivendo i codici della geopolitica mondiale sotto le bandiere della realpolitik. Più modestamente Veltroni da Sindaco pensa a un’alternativa più leggera, quella al festival del cinema di Venezia. Di Fassino si è già detto.

Il partito democratico allora? Non rimane che Rutelli. Aspettiamo fiduciosi.

 

Postato da: MNL a 18:46 | link | commenti (4)
prodi, fassino, rutelli, dalema, partito democratico

martedì, 29 agosto 2006
Uno scoop: Condy Rice farà la consulente di D'Alema

Massimo D'Alema sul Corsera di oggi ha rilasciato un'importante intervista.

L'importanza non sta nella dichiarazione (assertiva) della fine dell'unilateralismo bushiano e, va da sé, l'inizio di "una fase diversa nel mondo" (una variante delle magnifiche sorti e progressive della terza via al socialismo di berlingueriana memoria). L'importanza, dicevamo, non è in queste parole, ma in un retroscena buttato lì per caso alla fine dell'intervista: riguarda Condy Rice e, forse, il suo futuro.

Per saperne di più andare sull'Esagono: http://esagono.splinder.com

 

 

Postato da: MNL a 15:36 | link | commenti
dalema, condy rice

lunedì, 28 agosto 2006
Il nemico non c'è più!

Per chi volesse leggere, con un occhio di destra, una onesta interpretazione della missione di pace in Libano, suggeriamo il bell’articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi (si può, sfogliando ad esempio la rassegna stampa del Senato della repubblica). C’è nell’articolo, per l’appunto, un onesto e doveroso riconoscimento della lungimiranza e dell’intelligenza politica di, nell’ordine, Prodi, D’Alema e Parisi; e c’è la debolezza del governo francese. Ci sono le critiche, meritate, a Olmert che non ha saputo capitalizzare l’intuizione di Sharon, territori in cambio di pace, e per di aver portato l’esercito in un pantano, se non a Caporetto, per la ragione che non ha intravisto assieme con i suoi generali i limiti di una guerra combattuta solo sul piano tecnologico. C’è pure il sospetto che il nostro ministro degli esteri voglia, col pretesto libanese, risolvere con un colpo d’ingegno nientemeno che la matassa palestinese.

Ma i dubbi di Ferrara sono anche i miei. Non ci sono più nemici in questo mondo?

(Il post continua sull'Esagono: http://esagono.splinder.com)

Postato da: MNL a 14:09 | link | commenti

sabato, 26 agosto 2006
L'armata sciracchian-dalemiana

Non mi sono chiari i motivi che hanno portato il governo israeliano di centrosinistra a richiedere uno schieramento di truppe ONU nel Sud del Libano, se non per una ragione simbolica e generale, cioè dichiarare al mondo intero che si sta giocando, in quel lembo di terra detto dei Cedri, una partita più ampia di quella tra uno Stato e un partitino libanese con una sua formazione armata.

Sin dall’inizio erano chiari almeno due elementi che avrebbero dovuto consigliare al governo Olmert maggiore cautela nella richiesta di intervento internazionale: il primo elemento è arcinoto, la difficoltà dell’ONU ad assunzioni di decisioni chiare e, quindi, a fronteggiare le emergenze con una forza di deterrenza adeguata; il secondo elemento è dato dalla facile previsione di un’Europa disunita e in stato confusionale e dal fatto che all’interno del contesto europeo alcuni Paesi sarebbero stati tentati da ambizioni nazionalistiche e di visibilità e comunque lontani dall’obiettivo preciso e contingente di disarmare le formazioni terroristiche lì operanti.

 

Per come si stanno componendo in queste ore le vicende della missione in Libano, appare evidente che la Francia e l’Italia guideranno politicamente e militarmente una forza composta da dieci-quindicimila militari che, collocati nel Sud del Libano ma non solo (si parla di sorvegliare i confini con la Siria, ma anche di “buttare un occhio” a quello che accade a Gaza), di fatto determineranno le dinamiche dello scontro non solo tra Israele ed Hezbollah, ma tra Israele e mondo arabo, tra mondo arabo e  Occidente.

 

Il condizionamento di Israele sarebbe possibile per il chiaro orientamento filo-arabo della Francia e dell’Italia, il quale legandosi al diffuso e generico filo-arabismo degli europei e al più strategico filo-arabismo di paesi come la Russia e la Cina (per non parlare di Kofi Annan), porrà un’ipoteca (questa volta) “militare” sulla questione mediorientale, con il dichiarato proposito di “moderare” Israele e gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo regionale e internazionale e nel contrasto dei governi arabi oltranzisti (in primo luogo l’Iran).

 

E’ evidente la volontà di Chirac e D’Alema a candidare la loro “visione europea”, cosiddetta multilaterale, (un’alternativa strategica al neo-conservatorismo di Bush) nella geopolitica mediorientale e l’occasione è stata propiziata dal governo Olmert, il quale dopo aver perso una battaglia, rischia di perdere la guerra e ritrovarsi in casa una forza politico-militare che riassume il meglio del filo-arabismo internazionale.

 

Di fatto Chirac e D’Alema sono la punta di lancia di un europeismo che si contrappone agli Stati Uniti su un punto vitale del dibattito politico mondiale: il terrorismo internazionale sia nelle sue forme diffuse che statuali è la priorità delle priorità delle democrazie occidentali? Ma questo è un altro discorso.

Postato da: MNL a 08:57 | link | commenti (4)