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giovedì, 28 settembre 2006
La classe operaia va all'inferno

Siamo andati via dall’Irak perché il ritiro era una promessa elettorale (naturalmente fatta alla Sinistra antagonista). Tra poco saremo costretti a riconsiderare la missione afgana, perché sta assumendo le stesse forme dell’irakena e perché, sempre la Sinistra antagonista, incomincia a chiedere la ritirata. Quando si incomincerà a fare sul serio in Libano, cioè quando saranno finite le caramelle da distribuire ai bambini e si dovrà, se non disarmare Hezbollah, almeno non chiudere entrambi gli occhi sul traffico d’armi, la Sinistra antagonista chiederà un ripensamento degli impegni internazionali dell’Italia. Con questo fardello sulle spalle sarà impossibile quel volo d’aquila che D’Alema vuole per la politica estera dell’Italia.

In economia le cose vanno anche peggio. La proposta non smentita di elevare le aliquote fiscali a chi percepisce stipendi da tremila euro nette mensili è di quelle che uccide qualsiasi prospettiva riformista, la quale sarebbe a quel punto priva della base sociale di riferimento. Perché in quella fascia di reddito non c’è solo il ceto medio, ma c’è quella parte di classe operaia che ha attraversato tutte le fasi della ristrutturazione industriale degli anni Ottanta e Novanta non con la cassa integrazione ma attraverso la specializzazione professionale e l’autopromozione sociale diventando piccoli imprenditori e artigiani di prima qualità. Questa classe operaia è il nerbo sociale e politico di qualsiasi politica riformatrice.

Con quali gruppi sociali Prodi vorrà dare la spinta riformista al proprio governo e quali gruppi sociali vorrà includere nel Partito democratico? I pre-pensionati cinquantenni, gli operai che campano di sussidi, i disoccupati organizzati di Napoli? Il Partito democratico si farà con gli impiegati statali, parastatali e comunali? Con i dipendenti delle Usl, delle Asl e degli Urp?

Fassino, Rutelli e D’Alema dovrebbero dire a Prodi che senza forze sociali dinamiche non c’è riformismo e il riformismo non vive di solo welfare.

Postato da: MNL a 16:05 | link | commenti
politica estera, finanziaria, governo prodi

lunedì, 25 settembre 2006
Caro Presidente, non sono d'accordo

Parliamo di eutanasia, dell’appello di Piergiorgio Welby e della risposta del Presidente Napolitano. Da dove partiamo? Partiamo da Ratisbona. Ancora dalla Lezione di Ratzinger in quella università.

In quei giorni fiammeggianti di roghi e di dibattiti mancati e di simboli e di religiosi, intesi come persone, mandati a morte, non abbiamo ascoltato le parole del Presidente Napolitano. Parole che non fossero di generico appello alla tolleranza e al dibattito. Non abbiamo sentito il raffinato ex comunista-riformista entrare nel merito delle questioni poste da Benedetto XVI. Abbiamo sentito il suo silenzio e di quelli che avrebbero dovuto parlare, anche per dire “non sono d’accordo”.

Il Presidente Napolitano ha invece parlato in occasione dell’eutanasia, problema delicatissimo coinvolgente la “scatola segreta” dell’Io, che implica la solitudine come condizione per il raggiungimento di uno stato superiore di consapevolezza  e lucidità, dramma che può essere risolto solo dal singolo e dalle sole persone che il singolo decide di coinvolgere in un circuito privatissimo di amorevole complicità, dramma da tenere distinto dalla normazione pubblica perché irrisolvibile senza quel delicatissimo equilibrio di razionalità-irrazionalità dell'atto, per diventare ragione burocratico-aministrativa.

Perché il Presidente Napolitano sente il bisogno di esporre la sua autorevolezza sul tema dell’eutanasia e non su quello posto a Ratisbona? A Ratisbona il Papa non ha parlato solo al cuore dei fedeli, ha parlato alle classi dirigenti europee ed occidentali, ha parlato alla loro responsabilità di guida e di governo. Benedetto XVI ci ha avvertito che il nostro “culturalismo” (che deve confrontarsi con gli altri culturalismi) fatto essenzialmente di ragione e di libertà è in pericolo e va difeso anche ponendo come primo scudo il nesso indissolubile tra Fede e ragione, Fede e libertà, Fede ragione e libertà intese con un’unica struttura che diventa difesa e nello stesso tempo punta di lancia di un processo generale di allargamento e diffusione delle libertà.

Una domanda ci tormenta: perché il Presidente Napolitano, rappresentante di quella cultura laica e riformista, cultura formatasi in un confronto drammatico con l‘ideologia del comunismo e quindi per questo ancora più ricca, perché –dicevamo- Napolitano sente il bisogno di affrontare il tema laici-cattolici dal versante dell’eutanasia e non da quell’appello alla libertà, alla Ragione, alla vita di Ratzinger?

Nel nostro piccolo una risposta l’abbiamo: quella cultura e quella particolare cultura detta “laico-democratica”, che il Presidente Napolitano ha contribuito a sviluppare, ha il passo corto quando il confronto esce dai confini della semplice “coscienza” per investire il confronto tra “sistemi” di cultura e civiltà.

 

 

 

Postato da: MNL a 07:22 | link | commenti (9)
eutanasia, ratzinger, giorgio napolitano, piergiorgio welby

giovedì, 21 settembre 2006
Dopo Prodi

I rumori sono quelli che annunciano la fine di una fase e lasciano intendere il lavorio per costruirne una nuova. Si sta parlando di Prodi e dell’esaurimento della fenomenologia progettuale che porta il suo nome.

Non sono le gaffes vere o presunte ad aver compromesso il ruolo di guida del centrosinistra e di questa fase riformistica, è il deficit di riformismo e l’allungarsi delle tentazioni controriformistiche ad aver azzoppato il professore. Si è voluto sopperire alla gracilità del progetto politico con la forza delle operazioni economiche, senza tenere in conto le leggi della politica (o della buona politica) che in fondo non pretendono la supremazia sugli altri mondi dell’organizzazione sociale, richiedono solo che, in tempi di profonde trasformazioni, il governo delle cose umane sia compito delle personalità dotate di un progetto politico non ordinario.

Il ripescaggio del progetto di Partito democratico in articulo mortis e come ciambella di salvataggio per una situazione di difficoltà, non ha fatto che evidenziare lo stato di crisi del prodismo.

Adesso che fare? Devono scendere in campo altre leadership. C’è posto per tanti, ma non si può non dire che due cavalli della grande scuderia politica italiana avevano da tempo previsto questo scenario, D’Alema e Berlusconi.

Postato da: MNL a 11:00 | link | commenti (2)
berlusconi, prodi, dalema

lunedì, 18 settembre 2006
Il Papa e il teologo

Le reazioni violente e isteriche del mondo musulmano al discorso di Papa Benedetto XVI a Ratisbona pongono due questioni assai distanti ma legate da un forte nesso logico.

La prima è relativa al dialogo interreligioso e a quello tra cristianesimo e religione musulmana soprattutto. Va detto che il dialogo è un’esigenza che parte dalla Chiesa di Roma, non si può parlare di un interesse corrisposto in eguale misura dalle altre. L’intero pontificato di Papa Wojtila è stato dedicato allo sviluppo e al miglioramento dei rapporti interreligiosi, come condizione di una diffusione del sentimento religioso nell’esperienza umana, sia individuale che sociale e politica. Il dialogo è stato visto dal Papa polacco come processo fondamentale per dare alla religione un senso di orientamento dei comportamenti individuali e collettivi. Una forma di umanesimo unitaria e superiore, fondata sulla condivisione di una tavola di valori, tra i quali vi è principalmente la difesa della Persona e della vita.

E’ evidente che questa linea dialogante presupponeva il superamento anche volontaristico di alcuni punti di divergenza e di promozione innanzi tutto degli elementi unificanti.

Con il pontificato di Ratzinger si è posto, accanto al dialogo, un’esigenza e un approccio diversi riguardo al rapporto con le altre grandi religioni, che partisse da una messa a punto del legame (se non identificazione) della cristianità con l’Europa e con l’Occidente e da una considerazione secondo la quale l’indebolimento di questo legame, se non interrotto da una forte iniziativa, avrebbe grandemente nuociuto sia alla Chiesa come istituzione che alla comunità dei credenti e all’Europa.

Per questo l’azione di Ratzinger si è svolta su un piano diverso dal precedente, un piano che ha privilegiato la marcatura delle caratteristiche proprie del cristianesimo e del nesso inscindibile tra storia della cristianità e storia dello sviluppo culturale e civile europeo fino alle forme attuali dei modelli politici di libertà e di democrazia, senza i quali (dice Ratzinger) non c’è prospettiva per il cristianesimo e con i quali c’è un intreccio inscindibile.

Proseguire il dialogo senza occultare le differenze, ma partire da queste per individuarne le componenti unitarie e aprire un confronto critico con la modernità è visto da tutto il mondo islamico, radicale e moderato, come atto di aggressione e prevaricazione.

Il dialogo per costoro è opportuno solo se è ciarliero, se è generico e innocuo riconoscimento delle relative storie, confronto formalistico e dottrinale. Se invece il confronto mette l’accento sulle diversità scatta il riflesso condizionato che è proprio delle culture radicali e terzomondiste: la cattolicità è identificata con il colonialismo e l’imperialismo e, infiamma, politicamente le aree del sottosviluppo.

Se questo è, tutti possono comprendere a quale sbocco tragico può portare un atteggiamento di appeasement verso un ricatto che solo apparentemente è di tipo religioso ma in realtà prevalentemente politico. E’ assai grave che l’Europa non abbia trovato parole di risposta e che una parte di opinione pubblica democratica, come quella che si riconosce ad esempio nel New Yok Times, abbia addirittura scaricato le responsabilità delle violenze sul Papa.

Seconda questione. Da parte di molti autorevoli commentatori cattolici (Vittorio Messori, Igor Man per citarne alcuni) si è dato corso al seguente ragionamento: Papa Ratzinger ha senza dubbio ragione nel dire le cose che ha detto a Ratisbona, però. Qual è questo “però”? Benedetto XVI parla oggi da Papa come ha parlato ieri da responsabile del Sant’Ufficio, non comprendendo le differenze che ci sono tra le due funzioni. Non è solo un teologo, un grande intellettuale, dicono costoro, oggi è un Papa e come tale deve dismettere un abito mentale che lo porta a parlare sempre ex cathedra. Il Papa deve parlare un linguaggio comune, semplice, comprensibile e non equivoco. E si porta l’esempio di Wojtila.

E’ corretto commentare in termini di “opportunità” il modo ratzingeriano di interpretare la missione papale? A parte un non tanto velato rimprovero di inadeguatezza di questo Papa rispetto alla “universatilità” della missione, vi è nel ragionamento di molti commentatori cattolici un dissenso di fondo che non ha la forza di manifestarsi.

Una tale questione ne scopre un’altra ed è il grande dibattito nella comunità dei credenti e nei popoli che questo Papa sta aprendo e che le semplificazioni, i silenzi e i ricatti non riusciranno a fermare.

Postato da: MNL a 06:28 | link | commenti (5)
, ratzinger, dialogo interreligioso, messori, ratisbona