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martedì, 31 ottobre 2006
Vedi Napoli...

Quali le ragioni che hanno portato al degrado di aree importanti del Mezzogiorno d’Italia? Il pensiero e l’azione meridionalistica, in tutte le sue versioni dal periodo post-unitario sino agli anni Settanta, avevano posto come condizione del risveglio e del riequilibrio meridionale la creazione di una classe dirigente autonoma e competente all’interno di un processo politico democratico e una politica economica di investimenti straordinari e di sostegno alle aree deboli.

Entrambe le condizioni si sono dispiegate, con la nascita delle regioni e con la Cassa per il Mezzogiorno. Con le Regioni, sempre più autonome e con sempre più poteri si è sviluppata una infrastruttura pubblica consistente, non necessariamente dipendente dal Centro, di servizio allo sviluppo civile ed economico. A partire dagli anni Novanta questo processo di “costruzione” delle classi dirigenti e amministrative si è allargato con l’elezione diretta dei Sindaci e dei Governatori che ha accelerato il processo autonomizzazione del ceto politico, i Sindaci e i Governatori sono ormai interlocutori diretti della società meridionale.

Anche l’intervento straordinario sull’economia del Sud, con gli investimenti della Cassa, ha permesso la creazione di una imprenditoria di modeste dimensioni, ma sufficientemente diffusa, attraverso l’indotto della grande impresa e con singole iniziative.

Quindi, dove si è sbagliato? Perché tutto appare perduto? Perché la questione meridionale coincide con la questione criminale?

Le risposte che vengono sono sconfortanti e maledettamente dettate dalla pigrizia intellettuale e politica: manca il lavoro, mancano le infrastrutture, manca lo sviluppo e via di questo passo a richiedere altri interventi, altri investimenti, altro Welfare.

L’origine del cancro non sta forse nel troppo Welfare, nel binomio “maledetto”  autonomia delle classi dirigenti e cultura del Welfare; la ragione dello sfascio morale non sta forse in un processo che ha visto la nascita di un ceto politico esclusivamente dentro l’orizzonte del Welfare? Il Welfare a lungo andare non ha scacciato la moneta buona della responsabilità, della competizione, del merito lasciando il Mezzogiorno senza meccanismi di selezione e i Sindaci, i Governatori, gli amministratori della vita pubblica prigionieri di una cultura esclusivamente rivendicativa? Rivendicativa di risorse finanziarie ma non di interventi che possano compromettere il loro potere.

Postato da: MNL a 11:45 | link | commenti (2)
napoli, criminalità, questione meridionale

venerdì, 27 ottobre 2006
Watergate alle vongole

Il Watergate in Italia è un fenomeno naturale e come tale ciclico, si mostra a cadenza periodica come i cicloni o i terremoti. Altrove è un’eccezione che segna un passaggio di fase, è la firma sotto momenti di cambiamento strutturale della vita politica di un paese.

Da noi non è così, l’uso illegale degli apparati di intelligence ha sempre avuto due motivazioni: uno per così dire “alto”, cioè giustificato dall’anomalia italiana di avere all’interno di una democrazia occidentale un partito, il partito comunista, organicamente legato all’Unione sovietica e questo è stato vero fin sotto gli anni Settanta (dice nulla Comiso?). L’altra motivazione è più modesta, è di servizio al potentato di turno contro il concorrente, è servita come regolatore di conti tra gruppi di potere. Il caso Sifar e il caso Licio Gelli sono i due poli emblematici della devianza.

Allorquando il fattore K (l’anomalia italiana) fu risolto dall’esterno, dall’implosione dell’impero sovietico e dal necessario restyling o manutenzione che dir si voglia da parte dei post-comunisti, la storia dei nostri servizi segreti si normalizzò omogeneamente alla situazione: il grosso si orientò verso compiti istituzionali, una minoranza fu riservata a continuarne l’uso regolativo delle relazioni tra gruppi di interesse.

All’inizio degli anni Novanta, come sappiamo, successe Mani pulite e con il pool più famoso del mondo si affacciò un’altra grande anomalia nazionale: la fine della Prima repubblica, la scomparsa dei grandi partiti democratici (ad eccezione del PCI-PDS) e di quasi tutto il ceto politico per via giudiziaria e non politica.

In quale altro Paese democratico è mai potuto accadere che un regime chance fosse determinato da processi giudiziari e non politici?

Ciò nonostante, abbiamo conosciuto il bipolarismo, la nascita di un centrodestra e di un centrosinistra, del prodismo, dell’ulivismo e del berlusconismo e arriviamo al punto in cui oggi siamo, al punto cioè di dare una svolta a questa seconda o terza fase di vita nazionale, passando per un’ulteriore fase di decantazione “tecnica”.

Ma nel frattempo cosa è avvenuto negli apparati di sicurezza? Per gran parte si sono associati a quel network internazionale che dà la caccia ai terroristi e, messi a lavorare sul serio, stanno dando prova di efficienza, per il resto, diciamo sul versante interno, si sono degradati a intendenza di questo e quest’altro caporalmaggiore.

Diciamo la verità e diciamola con presunzione anche al Corriere e alla Repubblica di oggi, 26 ottobre 2006, che in prima pagina con una sintonia che ricorda ben altri tempi agitano gli spauracchi del vecchio Sifar: la situazione dal punto di vista “investigativo”, dai tempi di Mani pulite in poi è stata ed è un po’ squilibrata, da un lato la potenza di fuoco delle procure, dall’altro Pio Pompa, lo spione spiato.

Postato da: MNL a 11:57 | link | commenti
mani pulite, gelli, servizi segreti, watergate, pio pompa, sifar

mercoledì, 25 ottobre 2006
Tramonti sindacali

Che brutto spettacolo, aprire i telegiornali della televisione pubblica e privata nei giorni dello sciopero dei giornalisti e vedere un signore o signora leggere un lungo comunicato stampa preparato dal consiglio di redazione, per poi annunciare stancamente una manciata di notizie e, infine, scusarsi per l’ingrato compito assegnatogli ma assolto a fronte di speciali autorizzazioni.

Che bello però assistere a questa performance di tipo sovietico, constatando quanta distanza ormai c’è tra il paese reale e simili rappresentazioni di arroganza parasindacale. Sono immagini in bianco e nero, in dissolvenza, l’ombra di un passato che non vuol passare ma che passerà.

Postato da: MNL a 12:25 | link | commenti (1)
il sindacato, sciopero dei giornalisti

venerdì, 20 ottobre 2006
La Chiesa di Ratzinger e la Chiesa di Tettamanzi

Il cardinale Tettamanzi ha aperto il convegno della Cei con le ormai famose parole: “ E’ meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo”. Parole escludenti il ruolo degli “atei devoti” dal dibattito politico-culturale su cristianesimo e modernità, su come proseguire la costruzione delle basi morali e civili della società moderna con la “ragione” e con la Fede incardinata nel Logos. Il monito di Tettamanzi è stato perentorio ed è rimbalzato contro il vasto schieramento politico e culturale che ha eletto la interpretazione del cristianesimo fatta da Papa Benedetto XVI come passaggio fondamentale per la ricostruzione di un Logos civile e laico incorporante la Fede, una Fede, ripeto, che non si separa mai dalla razionalità del pensiero occidentale ma anzi si confronta permanentemente con questa e in questo processo si ridefinisce. Un “ateo devoto” eccellente e largamente rappresentativo come Giuliano Ferrara ha risposto il giorno appresso a Tettamanzi, ricordando Benedetto Croce, un laico-liberale, che comprese come si potesse e si dovesse “essere cristiani senza esserlo” se la missione dell’umanità è un mondo di libertà e di liberi, di giustizia e di pace. Papa Ratzinger ha chiuso il Convegno nazionale della Chiesa italiana smentendo Tettamanzi e le posizioni autosufficienti, isolazioniste e non adeguate all’altezza dello scontro mondiale tra libertà e democrazia contro forze che si vi oppongono anche con l’uso del terrorismo. La parola a Ratzinger: “ Questa sensazione (il rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà) che è diffusa nel popolo italiano viene formulata espressamente e con forza da parte di molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede. (…). Il nostro atteggiamento non dovrà mai essere pertanto quello di un rinunciatario ripiegamento su noi stessi: occorre invece mantenere vivo e se possibile incrementare il nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia”. E’ evidente lo scontro interno alla Chiesa, scontro che si manifestò con chiarezza alcuni mesi fa con l’intervista del cardinale Martini sui principi della bioetica, intervento che apriva le porte a una sorta di relativismo su tali principi ma che aprì ufficialmente anche la polarizzazione delle posizioni nella Chiesa. L’esito di questo scontro condizionerà lo sviluppo di tutti i processi in campo politico, religioso e culturale aperti sullo scenario mondiale. Le posizioni in campo sono ormai chiare: chi vuole una Chiesa isolata nei confini della vecchia Europa e legata in un rapporto di burocratico compromesso valoriale e civile con l’establishment laicista del vecchio continente e chi vuole una Chiesa espansiva, che parla a tutti i popoli bisognosi di libertà e di giustizia (che non dimentichiamolo mai sono condizioni irrinunciabili per lo sviluppo) con l’ardimento della Fede cristiana, quando è fede di libertà e di giustizia. Una Chiesa espansiva, custode non del santo graal, ma custode del nucleo fondativo della civilizzazione occidentale, consapevole della “necessità di una fede vissuta in rapporto alle sfide del nostro tempo”. (ancora Benedetto XVI a Verona).

Postato da: MNL a 11:44 | link | commenti (10)
verona, martini, ratzinger, papa benedetto xvi, tettamanzi, convegno cei