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Il viaggio del Papa in Turchia carica l’atmosfera di grandissima tensione e di un’attesa che è nello stesso tempo ansiosa e cupa per l’esito incerto. Non tanto per i pericoli, le minacce, le provocazioni che si sono raccolte e forse ingigantite, quanto per il significato “strategico”, quasi decisivo che assume. Un incontro tra giganti, tra due grandi religioni che muovono sentimenti e idee di parti di umanità.
Due religioni che misurano la propria forza e vitalità. Parrebbe una contraddizione con il senso di ogni religione, abituati come siamo al rispetto, alla tolleranza, al dialogo, alla democrazia, al laicismo, alla dimensione privata della religione. Ma l’oggetto del dialogo interreligioso è, grazie a questo Papa, proprio il rapporto tra religione e libertà.
Come sono lontani i tempi di Woitjla, le iniziative di questo Papa avvenivano sotto il segno di un confortante ottimismo per risultati sempre abbondanti di buone intenzioni e di buone relazioni.
Papa Benedetto XVI ha avuto la grande forza di rendere tutto quello che avviene attorno alla vita del mondo e della Chiesa visibile senza veli, sotto il segno della contraddizione. Papa Benedetto ha detto a tutti noi che la modernità, i mirabolanti traguardi della modernizzazione non sono illuministicamente e automaticamente proiettati verso il progresso, ma possono contenere trappole e pericoli regressivi che è possibile superare con un sentimento religioso non fine a se stesso ma indissolubilmente legato alla ragione e alle libertà dell’uomo contemporaneo, ragione e libertà che non sono mai date una volta per tutte ma in costante evoluzione e in perenne sfida con la “ragione della Fede”. Senza ragione e senza libertà non c’è Fede, non può esserci autentica religiosità. In molti vorrebbero dimenticare Ratisbona e fare del Papa solo un turista speciale.
L’illusione politicista. È il titolo dell’editoriale di oggi 23 novembre del Corriere della Sera firmato da Ernesto Galli della Loggia. Nel post appena sotto dal titolo “Discontinuità” discutendo di politica estera e del passo dalemian-prodiano impresso a questa, ponevamo lo stesso problema di Galli della Loggia, “la fiducia eccessiva negli effetti della politica, (…) della politica politicista” per usare le sue parole.
Conoscendo bene il nostro ministro degli Esteri, avendo militato e militando tuttora nel suo stesso partito, comprendo bene l’origine di questa “illusione” che parte da lontano, dalla visione leninista della Politica, dal “primato” della politica, da un’idea forte e totale del “mestiere” e giunge a considera
Questa “illusione” la vediamo dispiegata in tutto il suo valore di equivoco sul terreno libanese, dove si intrecciano interessi inequivocabilmente reali, che attengono all’oggi ma anche alla prospettiva di quel paese e dell’intera area geografica. I soggetti lì coinvolti intendono giocare la partita ciascuno per il proprio scopo, investendo le risorse per aggiudicarsi una posizione di forza oggi e non domani, intendono cioè mettere in gioco tutte le energie a disposizione per determinare un ruolo preciso in questa situazione e in vista della prossima.
L’illusione che l’orizzonte della politica possa prevalere sulla realtà, che è rappresentata da soggetti non interessati al “respiro strategico” dell’azione politica, può portare la nostra politica estera su un binario morto o ad esiti pericolosi.
Per questi motivi abbiamo giudicato la politica estera dalemian-prodiana poco realistica e molto illuministica, che non conquisterà consensi solo proponendo grandi Conferenze internazionali per la pace in assenza di fatti concreti in grado di cambiare le condizioni oggettive del "gioco".
E’ possibile per il nostro paese pensare a una politica estera non “andreottiana”, per forze politiche che si richiamano al centrosinistra? La domanda si affaccia maliziosamente dopo le ultime sortite di D’Alema e interpretando le sue prime iniziative da ministro degli Esteri.
Per andreottismo in politica estera si intende, schematicamente, una politica fondamentalmente filo-atlantica, da moderare allorquando si presentino sollecitazioni di tipo autonomistico di alcuni paesi europei (Francia e Germania in primo luogo) e per la necessità di tener conto degli interessi della Russia e dei nostri in rapporto alla potenza ex imperiale.
Suole dirsi “andreottiana” una politica estera che, nell’importante scenario medio-orientale, assume posizioni sostanzialmente filo-arabe, con diverse sfumature a partire dalla preferenza di rapporti con i paesi arabi moderati, nella convinzione che non ci sono fondamentalismi che non possono essere ricondotti a moderazione con adeguate soluzioni “multilaterali”, con opportuni strumenti di mediazioni e attraverso il dialogo, inteso non come generico buonsenso ma come una forma strutturata e sistematica delle relazioni politiche. Per non dire della nostra dipendenza energetica come asse di orientamento e di condizionamento delle politiche verso i paesi est-europei e medio-orientali.
Per riassumere i contorni della filosofia andreottiana: filo-atlantismo critico, moderato solidarismo terzomondista con l’occhio alle fonti energetiche e risorse naturali lì collocate, europeismo che può far premio sulla storica alleanza con gli Stati Uniti; questo è sostanzialmente l’orizzonte storico che circoscrive da sempre la politica estera italiana. Un orizzonte che ha delineato l’immagine e il peso dell’Italia nelle relazioni internazionali omogeneamente con la sua forza economica.
La domanda che qui si pone non è solamente teorica ma discende dal quadro dei conflitti vecchi e nuovi che agitano il pianeta: il cosiddetto andreottismo in politica estera può reggere alle novità rappresentate dal protagonismo dei paesi islamici e delle ideologie ispirate dal fondamentalismo islamico?
I conflitti che nelle varie parti del mondo vedono protagonisti paesi e movimenti che non si ispirano a modelli di democrazia occidentale hanno la stessa cifra dei conflitti tradizionali che contrappongono le aree sviluppate del pianeta ai paesi ex coloniali, alle potenze emergenti, alle aspirazioni per creare egemonie in aree delimitate?
La domanda è forse ripetitiva: l’11 settembre rappresenta una svolta oppure è un episodio della conflittualità mondiale che si autoalimenta in ragione della spinta verso nuovi e diversi equilibri da parte di vecchi e nuovi protagonisti?
Gran parte dell’Europa ha riassorbito il trauma dell’11 settembre collocandolo su un piano di “continuità” con la visione del conflitto come fisiologica contrapposizione tra forze che si muovono sulla scena mondiale e di conseguenza identifica il “nemico” in un’ottica tradizionale.
Non vede ad esempio nel conflitto arabo-israeliano agire una volontà di potenza e di sopraffazione, non vede esercitarsi una sfida per affermare un modello e una egemonia non limitata a quell’area, l’Europa interpreta il conflitto in una logica paradossalmente ex coloniale, cioè propria dei movimenti di liberazione nazionale (o nazionalistici) per l’affermazione o il riconoscimento politico-territoriale-statuale.
Questo è il terreno politico nel quale collocare la posizione del ministro D’Alema che ad esempio vede nella questione palestinese (o libanese) l’azione di due opposti estremismi, da ricondurre a ragione attraverso il salvifico strumento della “politica”, mostrando con ciò piuttosto che il conclamato realismo, una visione illuministica della politica.
Sabato si manifesta contro Israele, a Milano e a Roma e sarà un altro schiaffo alla Sinistra riformista, liberaldemocratica, non ideologicamente terzomondista, realmente amante della pace perché sa distinguere l’aggressore dall’aggredito.
A Roma si manifesta senza ambiguità, senza se e senza ma, contro la politica guerrafondaia, imperialistica, antiaraba e così via dello stato ebraico, a Milano invece si manifesta in una confusione di lingue e di proposte. La proposta più “forte”, quella che farebbe da ponte tra le due capitali, è la interruzione della cooperazione militare tra l’Italia e Israele. Come si vede una questione non da poco, anzi centrale per definire la politica estera di un Paese come il nostro.
A Milano la manifestazione è organizzata dalla Tavola della pace. Si potrebbe ironizzare dicendo che i tavoli sono sempre abbondantemente imbanditi quando si tratta di apparecchiare contro Israele.
A Milano ci saranno tutti, anche i DS e
Terra del mattino sostiene che si può e si deve, perché è cieco o in malafede chi non vede il progetto pan-fondamentalista e pan-islamista di cancellare Israele. Cancellare Israele e, a seguire, indebolire il fronte dei paesi democratici e di soffocare i Paesi arabi moderati.
Si può e si deve perché la solidarietà piena con Israele fa parte della storia e degli interessi strategici nazionali, e il “terzismo” governativo tradisce la missione fondamentale di ogni democrazia: la solidarietà tra democrazie e la lotta contro ogni forma di fascismo, negoziare con fermezza e realismo senza lisciare gratuitamente il pelo dei nemici della democrazia.
Chiediamo di aggiungere un posto o un capitolo al tavolo o alla tavola della pace. Lo suggerisce bene
No dichiarazione? no party.