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Cosa serve oggi a Veltroni? Un partito riformista vero e un programma elettorale chiaro e che contenga pochi punti essenziali, fattibili, credibili, in grado non di capovolgere il Paese (impresa di più generazioni!) ma di dargli una sterzata, incamminarlo su una strada non lunghissima e nemmeno indolore (purtroppo) che porti l’Italia a una condizione di normalità. Un paese pacificato e normale, si può esser certi che il paese a grandissima maggioranza questo chiede alla politica.
E invece, i grandi proprietari del Partito democratico lo stanno costringendo a recitare una parte non sua, del leader bolso e levantino, che chiede tempo e carità di patria a chi non darà mai né l’uno né l’altra.
E allora, alle urne! Alle urne alle condizioni dette, senza condizionamenti di schegge e massimalismi, con candidati in grado di reggere il prossimo scontro politico che dovrà essere giocato sulla sfida delle riforme necessarie, sulla coerenza e sulla capacità di riformare il Paese, con candidati di alto profilo tecnico e morale (o se volete morale e tecnico) scelti dai cittadini con le primarie.
Il Partito di Veltroni (che è anche il nostro) potrà anche perdere ma senza dubbio avrà messo le condizioni per un confronto governo-opposizione come non si è mai visto in questo nostro paese.
Nella palude italiana, il cui ultimo (in ordine temporale) geloso custode è Romano Prodi, si leva una voce non predicatoria, semplicemente onesta, apparentemente ordinaria, quella di Veltroni, che ha detto: il PD, sotto qualsiasi sistema elettorale, correrà da solo. E queste semplici parole, proprio per la loro chiarezza e coerenza, hanno avuto l’effetto dirompente di illuminare d’un tratto la profondità del baratro e di seminare il panico tra chi nella palude ha trovato rifugio.
Ora, risistemare il Paese, sulla base non delle ammucchiate partitiche (chiamate con linguaggio politologico coalizioni) ma sulle identità ideali e programmatiche dei partiti, rifiutare consapevolmente e per principio l’inganno celebrato davanti al popolo di chiamare “patto di coalizione” quello che è invece una intesa di potere tra soggetti e interessi pubblici e privati, può sembrare una ovvietà (forse lo è in altri posti) ma nella palude nazionale ha l’effetto di un terremoto e così è stato.
Il Partito democratico deve ancora darsi un identità ideale e programmatica e lo sta facendo con troppa fatica e incertezza, questo è un grande problema. Però, l’aver trovato un punto fermo, un principio in grado di mettere ordine non solo al proprio interno ma al servizio del sistema politico nazionale, è un fatto di enorme importanza.
Per queste ragioni è importante, anzi fondamentale sostenere Veltroni e far sentire il consenso degli italiani e dei democratici nei confronti di questo tranquillo ma risoluto “rivoluzionario”. E' da sperare che altri pacifici rivoluzionari si associno.
Il rifiuto, per motivi di opportunità, di Papa Benedetto XVI di partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico alla Sapienza di Roma mette i cattolici democratici e, più in generale, i democratici tutti in grandissimo imbarazzo e rappresenta per costoro una sconfitta storica, registra l’allontanamento definitivo di questa porzione di cattolicesimo politico, di ascendenza dossettiana, dal rapporto storicamente forte con la Chiesa cattolica. Le reazioni negative della Sinistra cattolica (Prodi, Alberigo, Rosy Bindi e altri) al discosrso ratzingheriano, a partire da Ratisbona, è stato un chiaro segnale premonitore della rottura politica tra il cosiddetto cattolicesimo democratico e la Chiesa di Roma. Una tale rottura avrà profonde ripercussioni politiche e collocherà su basi completamente nuove il rapporto tra i cattolici e l’impegno politico.
Non ci interessa, a questo punto, riprendere gli argomenti che saranno abbondantemente utilizzati per riparare all’offesa, prima di ogni cosa, al buon senso comune per aver costretto il Papa a rinunciare alla visita. Non ci interessa scagliarci contro i cattivi maestri, alcuni dei quali reduci dal cattivo pedagogismo al tempo dalla stagione del terrorismo. Né interessa ricordare che l’università è il luogo deputato al dialogo. Cose ovvie e sacrosante.
Interessa, e molto, stabilire un legame, una consecutio tra l’antifascismo di ieri e il laicismo di oggi.
Ieri, l’ideologia antifascista è servita per escludere una parte della cultura politica e una parte di società (la Destra ma anche il liberalismo di destra e un tipo di moderatismo liberale) dalla formazione dell’Italia repubblicana e per interpretare la storia nazionale in una chiave dualistica, nella quale il bene e il male erano suddivisi sulla base dell’adesione o meno all’antifascismo. Oggi, la funzione discriminatoria dell’antifascismo è ripresa dal laicismo, anche questa volta per escludere, per dividere, per spaccare il paese e fissarlo in una dimensione di guerra civile permanente.
Dobbiamo batterci per respingere la ripresa di una ideologia della discriminazione. Il laicismo così come interpretato dai cattivi maestri, più numerosi purtroppo dei firmatari dell’appello anti-papa, è la riproposizione in forme nuove della visione “classista” della società. Il laicismo oggi, come l’antifascismo ieri dovrebbe diventare il referente politico ma anche antropologico dell’Italia democratica. Alla difesa della vera laicità, che si rafforza nel rapporto con il sacro, quando questo sacro è incardinato nel logos della cultura occidentale, chiamiamo, invece, i democratici veri.