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mercoledì, 04 aprile 2007
Moro, Mastrogiacomo e la fermezza di Antonio Polito

Su questo blog è raro trovarsi in disaccordo con Antonio Polito. Ma sul Foglio del 3 aprile la sua posizione nei confronti dell’autocritica di Fassino reo di riconsiderare la posizione sua, dei comunisti di allora e del fronte della fermezza sul caso Moro, alla luce delle concessioni fatte dal governo italiano ai talebani per Mastrogiacomo, ci trova su posizioni diverse.

Non convince la differenza di status che Polito vede tra Mastrogiacomo (semplice cittadino) e Moro (servitore dello Stato e quindi portatore di obbligazioni e responsabilità specifiche), non tanto perché tutti dovrebbero avere eguale trattamento e considerazione da parte dello Stato quando è in gioco il “diritto alla vita”, quanto perché la linea della fermezza altra non è stata se non il paravento dietro il quale nascondere l’incomprensione “sistemica” del fenomeno brigatista (costola delle formazioni rivoluzionarie-partigiane comuniste formatesi durante la Resistenza e mai dimesse), da parte soprattutto del PCI, e l’incapacità a identificare strumenti e metodologie di efficace contrasto delle BR. 

Perché mai uno scambio di prigionieri, magari deciso unilateralmente, avrebbe pregiudicato un atteggiamento complessivamente fermo  verso le Brigate rosse? Perché mai una linea tendente a salvare la vita del presidente Moro sarebbe stata in contraddizione con la comprensione reale delle dinamiche interne alle formazioni brigatiste, condizione indispensabile per sferrare una controffensiva tendente a neutralizzarle definitivamente? Operazione successivamente portata avanti positivamente dal generale Dalla Chiesa.

Va aggiunto che la sconfitta militare definitiva delle BR, nonostante la linea della fermezza, non è stata ottenuta. Prova ne è che le propaggini terroristiche hanno sistematicamente ed emblematicamente colpito, sino a qualche tempo fa, tutte le autorevoli voci riformistiche prodotte dal movimento socialista e democratico italiano. A conferma che il ritardo con cui si è avviato il processo di socialdemocratizzazione del Movimento operaio, con tutto ciò che questo avrebbe comportato sul bagaglio ideologico e sul piano dei “comportamenti” radicali, è concausa della  permanenza del fenomeno ancora oggi.

Postato da: MNL a 06:49 | link | commenti (13)
brigate rosse, moro, polito, mastrogiacomo

martedì, 13 febbraio 2007
Terrorismo e CGIL

La CGIL è stata una scuola di riformismo, sin dalla nascita, agli inizi del secolo scorso. Il sindacalismo italiano è stato scuola, palestra, fucina e chi più ne ha più ne metta, di una visione concreta di “far politica”. In fondo la contrattazione, la negoziazione, cioè il mestiere del sindacato è un modo diverso, collaterale di “far politica”. Si fa politica attraverso l’organizzazione del consenso, la definizione di piattaforme e di richieste, di discussione con l’interlocutore avendo chiari i rapporti di forza, le regole comuni da rispettare, i limiti da non superare, i vantaggi immediati e di prospettiva cui le singole vertenze, le singole rivendicazioni sono inevitabilmente legate.

Il sindacato fa politica con la maiuscola, perché con la sua azione crea le condizioni generali perché la politica si trasformi in governo, in sistemazione dei rapporti di forza attraverso le formule politiche e le maggioranze parlamentari.

Quando si è rotto l’equilibrio tra riformismo sindacale e riformismo politico?

C’è stato un momento nella storia della CGIL, grosso modo coincidente con la gestione di Cofferati, in cui si è voluta spezzare, per ragioni miopi e interne agli interessi di un gruppo dirigente senza storia, la continuità tra riformismo del sindacato e della CGIL in particolare e il processo riformista che stava aprendosi nella Sinistra italiana.

La fine della subordinazione del sindacato rispetto ai partiti ha portato, piuttosto che una competizione sul terreno di una visione moderna della politica, a immaginare la CGIL come super-partito in grado di occupare stabilmente il territorio della Politica. Con le conseguenze che vediamo, il più grande sindacato italiano diretto da una burocrazia per un verso anonima e senza precisa cultura politica e per altro legata a una stagione superata, quella delle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta, con la coda di violenze e di degenerazioni.

Quando, nelle stanze della CGIL, si riprenderà la lezione di Luciano Lama?

 

Postato da: MNL a 09:46 | link | commenti (2)
terrorismo, cgil, brigate rosse