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Anche il caustico Francesco Merlo ha oggi ammesso su Repubblica che dopo le recenti elezioni americane è stato assurdo pensare agli Stati Uniti di Bush come a una democrazia alla deriva (modello Guantanamo) se non in preda a tentazioni neo-autoritarie, anche se Merlo assieme con altri ha contribuito alla favola del neo-conservatorismo come anticamera di un nuovo pensiero antidemocratico che, come un cancro, stava penetrando nel recinto delle democrazie europee grazie alle quinte colonne di Blair e Berlusconi (l’accostamento non sembri offensivo).
In verità ad accreditare una tale equazione ci hanno pensato i Liberal Usa che in un recente manifesto firmato dal fior fiore della intellettualità progressista americana, tra i primi B. Ackermann e T. Gitlin hanno scritto:
“Siamo una repubblica, non una monarchia. Crediamo nello Stato di diritto, non nelle prigioni segrete. Ci battiamo per la giustizia per tutti, non per i privilegi per pochi. Ripudiando questi ideali americani, l’amministrazione Bush disonora l’America e lede la nostra immagine di guida democratica del mondo.” Eccetera.
Sino a ieri Bush è stato il cowboy-Stranamore, oggi invece diventa il politico pragmatico, che ammette la sconfitta, registra una inversione di tendenza nell’opinione pubblica e, senza rinunciare al programma e alle proprie idee repubblicane, si accinge a un compromesso, non a un inciucio. Questo accade perché alle spalle c’è una democrazia sana e salda, conclude Merlo e noi concordiamo.
Ma c’è un altro aspetto da sottolineare. Se hanno vinto i Democratici non è assolutamente vero, come allegramente dicono i “democratici” di casa nostra:
Tale lettura del mid-term americano non è vera perché i Democratici che hanno fatto la differenza consentendo la vittoria, guarda caso, sono proprio quelle figure che hanno sposato i principi della sicurezza nazionale, della lotta intransigente al fondamentalismo, dei valori tradizionali che, nel campo democratico e della Sinistra italiana ed europea sono valori bollati come conservatori e di destra.
Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti e hanno nome e cognome: il senatore Webb della Virginia, Jon Tester del Montana, Casey in Pennsylvania e quel cocciuto di Joe Liebermann del Connecticut che, nonostante fosse stato sconfitto alle primarie del proprio partito da un ultrapacifista, si è presentato alle elezioni con il suo programma “conservatore” e ha conquistato il seggio senatoriale per i Democratici.
E’ ancora troppo presto e non ci sono elementi sufficienti per trarre delle conclusioni politiche tendenziali, ma sembra evidenziarsi un campo di forze che riesce a selezionare e ad accomunare pezzi di pensiero politico che sono stati patrimonio della Sinistra e della Destra. Un tale fenomeno è forse una conseguenza dell’11 settembre.
Assai verosimilmente i neologismi neo-dem e neo-con sono un modo, sia per la tradizione progressista che conservatrice, di ricercare nuove vie attraverso uno scambio reciproco di istanze e di idee e l’interpretazione della vittoria dei democratici americani con la convergenza al “centro” dell’opinione pubblica (fatta da Rutelli, Vernetti, Polito) è una conferma di questo dato: la necessità da parte di ampi settori della società di riconoscersi in un “centro” di valori condivisi, da ricavare da una fusione delle “parti migliori” delle due storie.
Vuoi vedere che
Anche
Tutti gli osservatori sostengono che nella decisione coreana di far brillare in queste ore l’ordigno c’è l’indecisione del mondo democratico, delle Nazioni unite e soprattutto di Bush nel punire esemplarmente le velleità di grande potenza regionale dell’Iran.
Il dovere di una risposta è riposta nell’Onu. Tutti ci chiediamo se l’Onu sarà in grado di fare e dire (anzi dire e poi fare) cose diverse da quelle non dette e non fatte a proposito dell’Iran.
Su altro scenario si svolge la vicenda dell’amministrazione Bush, stretta tra la palude irakena e le elezioni di metà mandato.
Ci permettiamo di osservare (il plurale è assolutamente maiestatico) che se alla Casa bianca ci fossero ancora neocon in buona salute politica e non neocon ammaccati, pentiti e in fuga, forse non saremmo in questa situazione. Forse il mondo non sarebbe alla mercé di Kim Jong o di Ahmadinejad.
C’è un’opinione assai diffusa nella Sinistra italiana e mondiale, secondo cui la mancata sconfitta del terrorismo islamista e anzi la sua espansione ha un nome e un cognome: George W. Bush. In altre parole se la lotta al terrorismo avesse assunto l’approccio tradizionale della politica estera statunitense, l’agire attraverso il coinvolgimento degli organismi internazionali e dei paesi amici, il riconoscimento e il rispetto del ruolo dell’Europa e se fosse rimasta nel solco e in continuità con il “multilateralismo” della sua tradizione, si sarebbe evitata innanzi tutto l’avventura irakena e si sarebbe indebolita la crociata antioccidentale di Bin Laden.
Il presidente Bush capovolgendo la linea storicamente seguita dai suoi predecessori (sia democratici che repubblicani) e incentrando l’azione di contrasto al terrorismo sui principi della “unilateralità” delle decisioni e sul diritto da parte degli USA a “prevenire” qualsiasi attacco alla sua sicurezza, ha di fatto offerto al quaedismo (fenomeno minaccioso ma minoritario sino all’11 settembre del 2001) le condizioni per una espansione mondiale e per l’affermazione di una egemonia sugli altri gruppi.
Nell’analisi appena esposta quello che appare incredibile è la certezza, la mancanza di dubbi con cui tali posizioni vengono esposte, quasi si disponesse di dati di fatto o di casi e situazioni in cui l’operare di una strategia diversa da quella bushiana avesse realizzato l’obiettivo di un chiaro indebolimento del pericolo fondamentalista.
Naturalmente il caso Irak è l’icona del fallimento della dottrina Bush, da cui tutto discende e tutto dipende, come la mancata soluzione della questione palestinese e giù giù fino agli ultimi sviluppi della crisi libanese, in cui persino l’intransigenza iraniana e il suo ruolo di coordinamento di tutte le formazioni terroristiche che operano nell’area mediorientale è causata principalmente dalla cosiddetta Dottrina Bush.
Scendendo per li rami di questa visione “realistica” del fenomeno terroristico, visione che appartiene all’area democratica mondiale, gli episodi che hanno caratterizzato l’azione di Bin Laden in tutti questi anni (a finire all’ultimo mancato attentato sugli aerei) potevano essere evitati se la politica estera americana avesse rispettato la “tradizione”, avesse rispettato il principio per cui ciascuna potenza nazionale o regionale ha diritto ad avere un peso (e un veto) nel contesto delle decisioni mondiali.
I democratici in sostanza negano che il terrorismo nelle forme conosciute a partire dall’ 11 settembre rivesta una natura del tutto nuova e rappresenti un’emergenza finora sconosciuta.
Il terrorismo su scala mondiale, la cui guida forse oggi è contesa tra di Bin laden e l’Iran, secondo questo pensiero, è in fondo parte di uno scenario “classico” di un pianeta diviso tra ricchi e poveri e che sarà possibile riappacificare e ricomporre solo con l’affermazione paziente di politiche di redistribuzione, di solidarietà e di supporto delle economie più deboli e, finché non sarà raggiunto un tale riequilibrio, si dovrà convivere con queste forme di “contestazioni”.
Terra del mattino ritiene che
Facciamo il punto sugli elementi che ad oggi sono presenti attorno alla missione Onu in Libano.
Dunque i nostri soldati sono sbarcati. Pare con il favore delle popolazioni e l’occhiuta e apparentemente non ostile vigilanza degli Hezbollah, fintanto che i nostri montano tende e preparano le basi logistiche.
Sull’esercito libanese nel sud del Libano poco si sa al momento, forse anche loro stanno montando le cucine, ma di prime iniziative di bonifica del territorio, nulla.
L’Iran. Qui le cose si complicano perché non vuole saperne di bloccare i rifornimenti di armi e soprattutto conferma che non demorderà sul nucleare. Naturalmente aggiunge che l’Olocausto è una montatura e che per risolvere del tutto la questione mediorientale Israele deve traslocare da dov’è, con tutti gli abitanti. In Irak, sono tutti (europei in testa) in trepida attesa che il paese sprofondi nella guerra civile, così anche le pietre capiranno che Bush è meglio che si ritiri nel ranch texano e lasci la Casa bianca a un altro (a chi?).
Detto forse con eccessiva levità, questa è la situazione in cui si trova la missione Onu in Libano.
Domani tocca a Solana fare un altro giro, dopo Kofi Annan.
Intanto il dibattito sulla migliore politica estera per il governo delle contraddizioni mondiali è fermo alla coppia concettuale unilateralismo-multilateralismo. E Condy sta a guardare.