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La “Chiesa del silenzio” fu alla fine degli anni Sessanta una iniziativa della destra neofascista per raccontare la persecuzione dei cristiani nei paesi comunisti. Consisteva in una esposizione di fotografie di chiese e monasteri distrutti, di croci e simboli sacri bruciacchiati e sepolti dalla polvere o insolentiti da uomini ritratti in atteggiamento di irrisione, di preti e credenti non sopravissuti ai gulag staliniani, insomma tristi immagini di sofferenze e repressioni. Per rendere più cupa l’atmosfera veniva diffusa un’altrettanto mesta musica classica.
Si capiva e si vedeva, dalle modeste presenze, il carattere minoritario dell’iniziativa, resa ancora più minoritaria dal fatto che la mostra era sorvegliata da facce torve e poco rassicuranti, quelle della Giovane Italia.
Non credo sia stata mai visitata da sacerdoti. Si avventurava qualche curioso, qualche benpensante. Insomma un mezzo fallimento.
Ripenso alla Chiesa del silenzio, oggi, dopo quarant’anni.
E’ riproponibile oggi, una iniziativa che racconti il silenzio della Chiesa? Sì, non credo sia una iniziativa fuori tempo. Anzi, vediamo sviluppare dappertutto uno scenario di intolleranza, dalla Cina a tutti quei paesi dove la convivenza di cristiani e musulmani è resa impossibile dalla violenza del fondamentalismo islamista, l’Africa, il sud-est asiatico. Milioni e milioni di persecuzioni e perseguitati. Si tratta solo di cieco fanatismo, di un fenomeno di arretratezza culturale?
Oppure la spiegazione di tanta intolleranza sta nella impossibilità di far coesistere, nel mondo globalizzato, modelli di democrazia e modelli di non-democrazia?
Ci sarà qualcuno che raccoglierà l’idea?