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Il cardinale Tettamanzi ha aperto il convegno della Cei con le ormai famose parole: “ E’ meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo”. Parole escludenti il ruolo degli “atei devoti” dal dibattito politico-culturale su cristianesimo e modernità, su come proseguire la costruzione delle basi morali e civili della società moderna con la “ragione” e con la Fede incardinata nel Logos. Il monito di Tettamanzi è stato perentorio ed è rimbalzato contro il vasto schieramento politico e culturale che ha eletto la interpretazione del cristianesimo fatta da Papa Benedetto XVI come passaggio fondamentale per la ricostruzione di un Logos civile e laico incorporante la Fede, una Fede, ripeto, che non si separa mai dalla razionalità del pensiero occidentale ma anzi si confronta permanentemente con questa e in questo processo si ridefinisce. Un “ateo devoto” eccellente e largamente rappresentativo come Giuliano Ferrara ha risposto il giorno appresso a Tettamanzi, ricordando Benedetto Croce, un laico-liberale, che comprese come si potesse e si dovesse “essere cristiani senza esserlo” se la missione dell’umanità è un mondo di libertà e di liberi, di giustizia e di pace. Papa Ratzinger ha chiuso il Convegno nazionale della Chiesa italiana smentendo Tettamanzi e le posizioni autosufficienti, isolazioniste e non adeguate all’altezza dello scontro mondiale tra libertà e democrazia contro forze che si vi oppongono anche con l’uso del terrorismo. La parola a Ratzinger: “ Questa sensazione (il rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà) che è diffusa nel popolo italiano viene formulata espressamente e con forza da parte di molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede. (…). Il nostro atteggiamento non dovrà mai essere pertanto quello di un rinunciatario ripiegamento su noi stessi: occorre invece mantenere vivo e se possibile incrementare il nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia”. E’ evidente lo scontro interno alla Chiesa, scontro che si manifestò con chiarezza alcuni mesi fa con l’intervista del cardinale Martini sui principi della bioetica, intervento che apriva le porte a una sorta di relativismo su tali principi ma che aprì ufficialmente anche la polarizzazione delle posizioni nella Chiesa. L’esito di questo scontro condizionerà lo sviluppo di tutti i processi in campo politico, religioso e culturale aperti sullo scenario mondiale. Le posizioni in campo sono ormai chiare: chi vuole una Chiesa isolata nei confini della vecchia Europa e legata in un rapporto di burocratico compromesso valoriale e civile con l’establishment laicista del vecchio continente e chi vuole una Chiesa espansiva, che parla a tutti i popoli bisognosi di libertà e di giustizia (che non dimentichiamolo mai sono condizioni irrinunciabili per lo sviluppo) con l’ardimento della Fede cristiana, quando è fede di libertà e di giustizia. Una Chiesa espansiva, custode non del santo graal, ma custode del nucleo fondativo della civilizzazione occidentale, consapevole della “necessità di una fede vissuta in rapporto alle sfide del nostro tempo”. (ancora Benedetto XVI a Verona).