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Il duello finale è stato un duello sfiatato. Non “deludente” perché sarebbe un aggettivo in grado di descrivere uno stato emozionale, da usarsi per chi, seduto in poltrona, si dispone ad assistere a uno spettacolo.
I due leader sono apparsi tesi, compressi, a volte farfugliosi, entrambi hanno sentito il peso della prova televisiva più che la responsabilità di parlare al paese.
Prodi ha concluso con uno slogan ideologico “vogliamo unire il paese”, Berlusconi con uno slogan demagogico “vogliamo abolire l’ICI”.
Ma il paese è spaccato da molto più tempo del governo Berlusconi e per l'altro verso non può permettersi una riduzione drastica delle tasse, se non vuole degradare e poco dopo perire.
Prodi in campagna elettorale ha provato a introdurre un argomento fondamentale, quello del risanamento dei conti pubblici, dei costi necessari per il rilancio economico e quindi delle risorse da reperire e quindi dei sacrifici. Per convincere avrebbe dovuto usare il linguaggio dell’autorevolezza, che viene dalla forza politica e dalla chiarezza delle idee. Invece, spaventato dalle prime reazioni, ha ritirato la mano e da lì è cominciata l’orgia delle mezze-verità. L’italietta da tranquilizzare con le mezze verità.
I due leader hanno offerto al paese solo se stessi. Ma un leader senza la leadership, senza quelle condizioni indispensabili per una guida sicura e cioè il controllo degli apparati di partito, della grande burocrazia, degli apparati economici e sindacali, senza la sintonia con il paese che può venire solo da scelte coraggiose fatte a volte anche in solitudine, senza tutto questo un leader è solo un “coordinatore di ministri”.
Abbiamo sentito in questa campagna elettorale: “il paese è allo sfascio” da un lato, dall’altro “abbiamo fatto in cinque anni più di quello che si è fatto in venti”. Due bugie.
L’esperienza dice che il riformismo è il linguaggio della verità e del coraggio.
Due debolezze possono fare una forza? Forse il domani dell’Italia è nella risposta.