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Mediazione. Parola magica. Sinonimo di intelligenza mista a saggezza. Un tempo prerogativa dei soli vecchi, mentre ai più giovani restava l’intemperanza.
Oggi l’erba non più rara della mediazione è usata spesso in politica e produce i suoi effetti, anzi la politica si arroga il diritto di coltivarla in esclusiva.
Ma, ad andare in profondità, la mediazione applicata alla politica non ha sempre prodotto buoni frutti, soprattutto quando v’è necessità di buona politica e di buoni frutti.
La mediazione va bene per dirimere conflitti economici, diatribe tra privati, questioni di interesse, chessò un contratto di lavoro, un aumento salariale. Ma quando sono in gioco i principi, la mediazione gioca orribili scherzi.
Si veda la mediazione, raggiunta in sede comunitaria, sulla ricerca scientifica col sacrificio (con l’uso, pardon) di embrioni umani. In questo caso la mediazione del comunista Mussi ha prodotto un vero obbrobrio. Il nostro, educato alla scuola di Togliatti e Berlinguer è di quelli che credono alla magia della “mediazione” come capacità dirimente di ogni contraddizione, machiavellica possibilità di piegare ogni principio al proprio. Questa facoltà è consentita solo a coloro (come Mussi) che condividono un’idea forte della politica (il “primato della politica”), politica che diventa l’orizzonte esclusivo nel quale i professionisti di quest’arte, possono amministrare le molteplici forme della realtà e dei suoi conflitti. Se poi al primato della politica si aggiunge un primato ideologico (la centralità della classe, o del Partito), non c’è partita per alcuno.
Ma le cose non stanno propriamente così. Uno che di politica se ne deve intendere, dal momento che amministra la più grande democrazia del mondo, ha mandato in tilt la macchinetta della mediazione, guarda caso sullo stesso tema. Questo uno è il presidente Bush.