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giovedì, 23 novembre 2006
L'illusione politicista

L’illusione politicista. È il titolo dell’editoriale di oggi 23 novembre del Corriere della Sera firmato da Ernesto Galli della Loggia. Nel post appena sotto dal titolo “Discontinuità” discutendo di politica estera e del passo dalemian-prodiano impresso a questa, ponevamo lo stesso problema di Galli della Loggia, “la fiducia eccessiva negli effetti della politica, (…) della politica politicista” per usare le sue parole.

Conoscendo bene il nostro ministro degli Esteri, avendo militato e militando tuttora nel suo stesso partito, comprendo bene l’origine di questa “illusione” che parte da lontano, dalla visione leninista della Politica, dal “primato” della politica, da un’idea forte e totale del “mestiere” e giunge a considera la Politica come l’unica possibilità razionale non solo di comprendere le dinamiche della storia ma di amministrarle e governarle, anche se la realtà dei rapporti di forza direbbe il contrario.

Questa “illusione” la vediamo dispiegata in tutto il suo valore di equivoco sul terreno libanese, dove si intrecciano interessi inequivocabilmente reali, che attengono all’oggi ma anche alla prospettiva di quel paese e dell’intera area geografica. I soggetti lì coinvolti intendono giocare la partita ciascuno per il proprio scopo, investendo le risorse per aggiudicarsi una posizione di forza oggi e non domani, intendono cioè mettere in gioco tutte le energie a disposizione per determinare un ruolo preciso in questa situazione e in vista della prossima.

L’illusione che l’orizzonte della politica possa prevalere sulla realtà, che è rappresentata da soggetti non interessati al “respiro strategico” dell’azione politica, può portare la nostra politica estera su un binario morto o ad esiti pericolosi.

Per questi motivi abbiamo giudicato la politica estera dalemian-prodiana poco realistica e molto illuministica, che non conquisterà consensi solo proponendo grandi Conferenze internazionali per la pace in assenza di fatti concreti in grado di cambiare le condizioni oggettive del "gioco". 

 

Postato da: MNL a 10:06 | link | commenti
politica estera, ernesto galli della loggia, dalema

lunedì, 19 giugno 2006
La fine del cattocomunismo. Una risposta a Galli della Loggia

Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di ieri, domenica 18 giugno, ripropone con il consueto equilibrio e rigore il tema del cattocomunismo, spiegandone le ragione del definitivo eclisse nel panorama politico italiano.

Lo riproponiamo perché il fenomeno del “cattocomunismo” è, a parere di chi scrive, una versione del tutto simile a quel processo che portò i comunisti italiani sin nei primi anni Cinquanta a “dialogare” con i cattolici (vedi il post precedente).

Si parla, per entrambi i casi, di uno stesso fenomeno, nato dalla necessità di coniugare l’ideologia comunista, così com’era venuta maturando nell’esperienza di Togliatti durante la Terza internazionale staliniana, con la situazione di un Paese (l’Italia) che, nonostante la parentesi fascista, aveva mantenuto le caratteristiche di società (di composizione sociale) occidentale ad economia capitalistica e, in più, a presenza cattolica predominante. E proprio in questo campo, durante gli anni della crisi del fascismo e poi della resistenza e della fase assai creativa del dopoguerra, si erano affermate élites intellettuali e correnti di pensiero politico cattolico interessate a combinare gli elementi sociali, solidaristici e popolari del cattolicesimo con i filoni del socialismo e anche del marxismo. Da questo crogiolo di momenti tattici e strategici e dall’incontro di due “potenze”  molto radicate (il comunismo italiano e la Chiesa) nacque e si affermò il cattocomunismo.

Secondo Galli della Loggia oggi questo fenomeno è in crisi irreversibile per ragioni strutturali che hanno investito la Sinistra in Italia, con il venir meno delle priorità delle rivendicazioni economiche (dal momento che le strategie che regolano le economie sono oramai sovranazionali) e con il peso ridotto della classe operaia a favore dei ceti medi. Il cambiamento antropologico della Sinistra ha portato e sta portando i gruppi dirigenti a privilegiare tematiche “immateriali”, come quelle etiche, attinenti al valore e alla qualità della vita, all’ambiente, al soddisfacimento di bisogni individuali piuttosto che collettivi, eccetera.

Non c’è da stupirsi, pertanto, se un dirigente storico dell’ex PCI, come Mussi (ministro del governo Prodi) parte lancia in resta a favore di una questione “sensibile”: l’uso di embrioni nella ricerca scientifica. Tale comportamento è da spiegare con la mutazione sociologica e politico-rivendicativa del popolo della Sinistra, secondo Galli della Loggia.

 

A mio parere ci sono altre spiegazioni dietro il gesto altamente simbolico di Mussi, tra l’altro condiviso da tutto il gruppo dirigente dei Democratici di Sinistra e dall’apparato cultural-mediatico a questo connesso.

Le ripeto: il cattocomunismo non è stato solo un modo per “democratizzare” il comunismo italiano, per separarlo dall’impresentabile e fallimentare esperienza del comunismo sovietico, è stato anche un tentativo (riuscito) di egemonizzare larghi settori del mondo della Chiesa, di influire sulle stesse decisioni della gerarchia soprattutto sul versante del rapporto con la politica (vedi il peso della Sinistra dc in quel partito oppure l’uso del pacifismo).

Quando la Chiesa, con una linea di riappropriazione dell’autonomia, rompe l’egemonia (lo fa esplicitamente con l’attuale Papa Ratzinger), priva il cattocomunismo del suo valore, lo rende obsoleto, anzi questo diventa un ostacolo all’agibilità politico-culturale del Partito che ha bisogno di altri referenti (quello del laicismo, dell’individualismo  e del “liberismo” etico) per competere nel nuovo mercato politico.

Vi è un’altra spiegazione per l’abbandono da parte dei post-comunisti del cattocomunismo, come dico nel post appena sotto. Per i DS, un Partito a struttura politico-organizzativa forte (meno forte del passato ma ancora forte), la riconversione dell’impianto culturale e ideologico “etico” è meno traumatica di quella economica, il mutamento viene digerito meglio dalla base. E’ più facile parlare di pacs piuttosto che di pensioni o di politica dei redditi, è preferibile essere “riformisti” sul piano dei valori che tradizionalisti in economia.

La via breve del laicismo conviene ancora a una Sinistra che non si è ancora separata definitiamente da una storia costruitasi sulla “diversità” , sulla “via italiana al socialismo” e che ha sempre allontanato la prospettiva di una rivoluzione "socialdemocratica".

 

Postato da: MNL a 12:14 | link | commenti (2)
ernesto galli della loggia