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Tutti gli osservatori sostengono che nella decisione coreana di far brillare in queste ore l’ordigno c’è l’indecisione del mondo democratico, delle Nazioni unite e soprattutto di Bush nel punire esemplarmente le velleità di grande potenza regionale dell’Iran.
Il dovere di una risposta è riposta nell’Onu. Tutti ci chiediamo se l’Onu sarà in grado di fare e dire (anzi dire e poi fare) cose diverse da quelle non dette e non fatte a proposito dell’Iran.
Su altro scenario si svolge la vicenda dell’amministrazione Bush, stretta tra la palude irakena e le elezioni di metà mandato.
Ci permettiamo di osservare (il plurale è assolutamente maiestatico) che se alla Casa bianca ci fossero ancora neocon in buona salute politica e non neocon ammaccati, pentiti e in fuga, forse non saremmo in questa situazione. Forse il mondo non sarebbe alla mercé di Kim Jong o di Ahmadinejad.
Due episodi nella stessa giornata. Hezbollah organizza una manifestazione pubblica in un quartiere di Beirut e attacca il premier Siniora accusandolo di essere troppo tenero con Israele. Probabilmente in queste ore a Beirut si stanno precisando le regole d’ingaggio. L’altro episodio, a Damasco un’autobomba colpisce l’ambasciata americana. Tutto avviene il giorno dopo le minacce del numero due di Osama.
E’ notorio che in Siria non si muove foglia che il regime non voglia. E’ assai difficile credere che ai servizi segreti siriani sia sfuggita un’azione terroristica così eclatante, così come è difficile credere a un’autonoma e rapida trasformazione antigovernativa di Hezbo che non sia sollecitata dall’Iran.
Ma non è neanche credibile che ci sia una casualità e una non relazione tra quello che è accaduto oggi e quello che ieri ha detto il vice di Bin Laden.
Il rapporto di dipendenza tra questi fatti si presta a un doppio significato: o si va verso un coordinamento internazionale di tutte le iniziative terroristiche, che presuppone un’unica direzione strategica, oppure siamo di fronte a un conflitto tra centrali terroristiche, tra quelle che vogliono avere un campo d’azione mondiale (colpire ovunque sia possibile lasciando piena autonomia ai gruppi locali) e quelle che vogliono impiegare e concentrare la deterrenza terroristica in aree determinate del globo (il Medio Oriente).
Ad ogni modo tutte le ipotesi, tutti gli episodi, tutte le minacce convergono in un unico punto: allentare la sorveglianza sui piani nucleari iraniani, che diventano il riferimento politico della strategia mondiale del fondamentalismo radicale. Il terrorismo sta forse cambiando leadership e sta passando dalla concezione del territorio ospitante (l’Afganistan) allo Stato guida (l’Iran), dal terrorismo diffuso al terrorismo in una sola area.
Facciamo il punto sugli elementi che ad oggi sono presenti attorno alla missione Onu in Libano.
Dunque i nostri soldati sono sbarcati. Pare con il favore delle popolazioni e l’occhiuta e apparentemente non ostile vigilanza degli Hezbollah, fintanto che i nostri montano tende e preparano le basi logistiche.
Sull’esercito libanese nel sud del Libano poco si sa al momento, forse anche loro stanno montando le cucine, ma di prime iniziative di bonifica del territorio, nulla.
L’Iran. Qui le cose si complicano perché non vuole saperne di bloccare i rifornimenti di armi e soprattutto conferma che non demorderà sul nucleare. Naturalmente aggiunge che l’Olocausto è una montatura e che per risolvere del tutto la questione mediorientale Israele deve traslocare da dov’è, con tutti gli abitanti. In Irak, sono tutti (europei in testa) in trepida attesa che il paese sprofondi nella guerra civile, così anche le pietre capiranno che Bush è meglio che si ritiri nel ranch texano e lasci la Casa bianca a un altro (a chi?).
Detto forse con eccessiva levità, questa è la situazione in cui si trova la missione Onu in Libano.
Domani tocca a Solana fare un altro giro, dopo Kofi Annan.
Intanto il dibattito sulla migliore politica estera per il governo delle contraddizioni mondiali è fermo alla coppia concettuale unilateralismo-multilateralismo. E Condy sta a guardare.
La notizia di Prodi che, in accordo con i Grandi del G8, richiede all’Iran un ruolo di mediatore nella crisi mediorientale, è di quelle che vanno lette più e più volte prima di essere accreditate come attendibili.
L’Iran, da tutti considerato l’ispiratore e il finanziatore di tutti gruppi e di tutte le azioni antisraeliane, guiderebbe la partita per riportare la pace in quell’area? Incredibile. La più machiavellica delle intelligenze non avrebbe saputo produrre nulla di più ardito, complicato e rischioso.
Un’obiezione semplice-semplice: ammesso che l’Iran acconsentisse a calarsi nel ruolo di pacificatore, non si legittimerebbe così la centralità di quel regime per la risoluzione di tutte le vertenze e i conflitti? Si badi, un regime che sta costruendo
Perché Prodi l’ha fatto? Per un deficit di “pacifismo” nella politica estera italiana dopo tanto muscolarismo berlusconiano? Perché il trattativismo è la sola risorsa ideologica dell’Italia post fascista? Per protagonismo? Per conquistare un posto nel prestigioso negoziato mondiale sul nucleare iraniano?
Nei prossimi giorni capiremo meglio la mossa del nostro Premier.
Al momento è più importante capire le ragioni di Israele che sono di autodifesa e di attacco alle centrali terroristiche più potenti e più agguerrite tra quelle operanti sulla terra. Con la speranza che Israele non resti sola.